La dinastia degli Agniello
Lui, Franchino Agniello, 40 anni, di cui 25 passati nello stabilimento del lingotto di Torino, era l'ultimo ed unico erede di una dinastia oramai mitica, o se vogliamo meta-storica, di operai della Fiat. La sua famiglia estesa, che gli antropologi definiscono Clan, ha attraversato il scorso secolo al pari dell'intramontabile 500, della Regina Elisabetta e di Indro Montanelli, di Mike Bongiorno e Franco e Ciccio.
Suo nonno Agniello, il capostipite, passò alla storia per incontro avvenuto nel '43 con Giovanni Agnelli, in cui il presidente e senatore rivolgendosi agli operai in sciopero per la commistione storica della casa madre col fascismo, palesata dal grande successo della Fiat Balilla( "Col nome fatidico della nuova giovinezza italica, un' automobile che va finalmente verso il popolo.", " Facit'e attenzione ca nun ve ficc sott'") e della Fiat Ardita ("Vincere e vinceremo!!"), pronunciò la storica frase: "Con chiunque, purchè questo coincida col bene dell'universo (cioè della Fiat)", alla quale Agniello Jr., emissario sindacale, poi partigiano sull'appennino emiliano, rispose in tono fiero e solenne : "Va 'bbuono, va 'bbuono dottò !! Allora 'a vulite sapè 'na cosa: je, p' 'o bbene dell'umanità, me teng' a mammeta!!", scatenando la rivolta operaia. Arriviamo poi al padre del nostro Agniello, Giuseppino, detto "L'Agniello di Dio", per via della crisi mistica che lo colpì durante gli anni del compromesso storico Dc - Pci, e che lo vide fuggire in Brasile, chiudersi in un eremo nello stato del Paranà, in piena foresta amazzonica, a venerare una misteriosa Madonna nera, la Nossa Senhora da Catena (de montajo, s'intenda).
Pochi anni prima, mentre a Praga infuriava la rivoluzione, sul sedile posteriore di una Fiat 500 rosso fiammante, nasce, per gli scossoni delle "nuove" sospensioni dell'auto, in corsa folle verso l'ospedale Molinette di Torino, tra colpi di clacson e di pistone il nostro Franchino, ultimo erede di questa grande dinastia. Ma veniamo ai giorni nostri. Chi può dichiarare di non aver subito, incorporato nel proprio io il crescente deperimento culturale e la morte delle ideologie, la caduta del muro di Berlino e l'ascesa della new economy, Lapo Elkann, Berlusconi e il Grande Fratello? Chi? Cosa chiedere al nostro Franchino, cosa possiamo volere da lui? Che si arrovelli le cervella alla ricerca di "un altro mondo è possibile?" Che passi le sue giornate libere (piovose tral'altro) a spasso per le vie del centro inneggiando alla pace sotto un ombrello multicolore? E tutto questo solo per la sua ascendenza mitica, per il suo legame genetico con profili storici del socialismo italiano come Filippo Turati e nonno Agniello. Ovviamente no, non possiamo. Il nostro Franchino infatti ne ha fatta di strada, ne ha fatta eccome; promozioni su promozioni, da operaio generico a operaio specializzato e così via, lento ma costante negli anni; ed eccolo lì, in giacca e cravatta comprate da Oviesse, scarpe lucide di Nero Giardini prese ai saldi, cartellino nuovo di zecca riservato ai dirigenti con su scritto il suo nome, il volto fiero per la sua prima vera "uscita ufficiale", di fronte l'ingresso dello stadio dei Marmi a Roma per la presentazione della Bravo, l'ultima nata in casa Fiat, l'automobile su cui la nuova casa madre punta per il risanamento del gruppo, per la vera rinascita del made in italy automobilistico. Franchino entra nello stadio, coperto per l'occasione da una struttura in metallo e plexiglass avveniristica, progettata da chissà quale architetto Sudafricano. Entra, lo stomaco in subbuglio per l'eccitazione. Dinanzi a lui si erge una colonna metallica alta venti metri, costruita interamente con i pezzi di una Bravo, le sembianze sono quelle di un Robot, di un Mazinga con l'Abs, i cerchioni in lega e le quattro ruote motrici. Incute timore per la sua perfezione, gli occhi, fari accesi che lo guardano cattivi. Tutt'intorno centinaia di tavoli di cristallo trasparente, sedie di cristallo trasparente, bellissime ragazze vestite di tessuto bianco, trasparente. Sulle pareti si disegnano forme sublimi, farfalle in volo, insetti metafisici, linee astratte in continuo movimento. Dal soffito cadono due enormi lampadari barocchi; al loro interno danzano leggiadre due fate dalle ali di fibra; Franchino, sguardo ebete e bocca aperta, da circa cinque minuti immobile dinanzi l'ingresso, viene avvicinato da una di quelle bellissime ragazze in bianco. Abbassa lo sguardo, ne osserva le forme e i tessuti muscolari, in trasparenza; poi le guarda il volto, gli occhi, rosso fuoco, lo guardano fisso, con fare accattivante. "Può anche chiuderla la bocca ora", si sente dire, senza però riuscire a reagire. Lei lo prende per mano e lo accompagna in un tour virtuale alla scoperta delle altre sorprese della sala. Sulla sua destra la struttura di un cubo di 4 metri di lato è sorvegliata da due nani gemelli, due troll muscolosi, dipinti di rosso, dalle capigliature posticce, che lo guardano inferociti come due cani corsi. Ancora oltre due tornitori, vestiti di tela e lane pesanti come due vecchi pastori, modellano la creta su di una piattaforma rotante; le loro mani stanno creando il profilo di un'automobile del futuro. Bambini indiani e cinesi (o forse dei nani) guidano automobiline rosse appese a rotaie metalliche sospese a mezz'aria. Camerieri giganti, vestiti con frac dalle lunghe code bianche e cappelli a cilindro, si destreggiano su trampoli altissimi, servendo aperitivi e calici di champagne agli ospiti. Al centro su un enorme palco, un contorsionista di derivazione post-sovietica si esibisce in numeri mozzafiato, sfidando tutte le leggi della fisica. Intorno a lui donne primitive, di una bellezza ancestrale, con i volti dipinti di nero, suonano violini e clavicembali dai quali scaturisce una musica ridondante, che conferisce all'ambiente un tono mistico e religioso. Un enorme pala d'acciaio alta più di 50 metri ruota vertiginosamente in fondo alla sala; sulla sua sommità una sfera ruota a sua volta nella direzione inversa. Su di essa, un uomo, nudo, corre a perdifiato, cercando di non cadere. Un uomo al suo fianco, appeso ad un filo, legge il giornale. Ogni cinque minuti, ad intervalli regolari, una voce suadente ripete dagli altoparlanti sempre la stessa frase, una comunicazione di servizio:"Una cultura che privilegia solo l'aspetto esteriore delle cose è una cultura morta." Philip Stark.
Franchino ora è solo, la sua dama deve averlo abbandonato senza che lui se ne accorgesse per far da virgilio ad un altro ospite, speriamo più socievole di lui. Franchino si sistema la giacca e la cravatta e rivolge la sua attenzione agli altri ospiti: politici e generali, vip e uomini d'affari, veline e calciatori. Tutti sembrano aver qualcosa da dire, anche se Franchino percepisce solo un chiacchiericcio di fondo, un fruscio incomprensibile di gesti e parole.
Un reggimento di camerieri in livrea bianca fuoriesce all'unisono dalle quattro estremità della sala, "Se mangia và..", pensa Franchino, anche se l'appetito è ormai passato. Prende posto al tavolo più vicino a lui sotto uno dei lampadari barocchi; la fata volante volteggia e divarica le gambe proprio sopra la sua testa.
"Ravioli in fibra di carbonio con salsa ecodiesel al profumo di Arbre magique", il primo. "Tagliata ergonomica di progettazione argentina" il secondo; e per finire "Mousse biodegradabile di olio fuso servita su di un cerchione in lega d'alluminio" come dessert.
"'Azz!", pensa Franchino, "ma chi è lo chef, Jean Todt?!", afferrando controvoglia la forchetta. Non fà in tempo ad ingoiare il primo boccone che sente bussare alle sue spalle e un'ombra minacciosa si distende sulla tavola. "E mo chi cazz'je", pensa il povero Franchino, mentre uno schizzo di salsa ecodiesel gli imbratta la camicia nuova. "U'ssapev mannagg'a marò....". Toc Toc, di nuovo i colpi e la figura sempre più minacciosa alle sue spalle. "Franchino stai calmo, non facimm figur'emmerda eh", pensa voltandosi impaurito verso il mostro. Intorno a lui tutti gli altri commensali dapprima lo guardano, sorridono, poi ridono, sempre più forte, ridono di lui. Un mostro preistorico lo fissa con gli occhi sgranati, la bocca si apre e si chiude come una morsa, sbattendo le mandibole; il collo lungo, una struttura di tubi di ferro e rame, il corpo largo e tozzo, ricoperto di pelle, la coda lunga e multicolore: uno struzzo primordiale si erge davanti a lui. Un cavaliere, col copricapo di piume rosse e il volto dipinto, sella la bestia imbracciando una lancia e lo guarda dall'alto.
"Uè Agnie', ma si tu?"Si pproprio tu eh? Ma che minchia stai facendo 'cca?". Lo sguardo allibito di Franchino che allunga il collo e inarca le sopracciglia. "Uè Agniello song'je, Gennarino, nun me riconosci?", facile a dirsi col volto truccato da guerriero maya.
"Gennà, ma che minchia stai facendo tu, conciat'acchesta manera".
"Eeee Agniello caro, che t'aggi'aa dì, pur'io aggi'à campà, no? Sto in cassintegrazione da due anni, che mi mangio i sassi io? I nuovi capi chist c'hanno detto, vulite lavorà, e ve dovete mascherà!!".
"Uè Capaianca , viè a'ccà, guarda chi ce sta!!? Agniello tutto ripulito che pare nu pascià!!". Il cameriere gigante col frac si volta verso di loro e si avvicina al tavolo.
"Ma che stai dicendo Gennà, me vuliss dì 'ca siete tutti vuje i'muostr, i'trampolieri e i giocolieri, siete tutti vuje?"
"E bravo Agniello, vedo che hai capito, simm tutti nuje, i cassintegrati Fiat, embè!! Ce stamm tutti. Ce sta Picc Pocc, 'o mangiavatt, 'o lione, tutti quanti... non manca nisciun".
Franchino si volta, guarda il tavolo e capisce. Il cristallo diviene quello che in realtà è, plastica scadente. I bicchieri, splendidi calici da vino, sono incrostati di calcare, macchiati di rossetto rosso color vecchia decrepita. I camerieri si svestono delle loro livree bianche, indossano l'abito che più gli compete: tute blu da metalmeccanici. I profumi di incensi orientali, di legno di sandalo e Deep Ocean lasciano il posto ad un odore ben più dolciastro, penetrante, l'odore di sempre. Il profumo Fiat, quello non cambia, non lo si può mascherare. Quello che Franchino e tutti gli Agniello hanno sempre avuto in casa, sui vestiti, sulla pelle. L'odore di olio lubrificante e grasso, di lamera bruciata e combustibile. Nell'aria la musica ora è cambiata, non c'è più nessuna voce celestiale, nessun arpeggio, nessun violino o clavicembalo; ma un rumore metallico, sempre più forte, ossessivo, di lamine di ferro, turbine e compressori, un frastuono martellante che esplode e rimbomba, anche dentro di lui. Franchino in un balzo samurai scalza dallo struzzo preistorico Gennarino, gli strappa la lancia, aizza la belva e si lancia in una corsa furiosa tra i tavoli travolgendo tutti e tutto tra le urla di politici e industriali. Franchino sa dove andare, sa contro chi dovrà combattere. Stringe la sua arma e pensa a Gennarino e a Picc Pocc, a suo padre, a suo nonno, a tutti gli Agniello del mondo. Franchino corre ed urla brandendo la sua arma contro il Mazinga Fiat all'ingresso. Questo lo sente arrivare, alle sue spalle, si volta e lo attende, pronto anch'esso allo scontro. Franchino, l'ultimo degli Agniello, non si è mai sentito così forte e potente. Si alza in piedi sul dorso dello struzzo e si lancia contro il colosso metallico. Mazinga non fa una piega, spalanca le fauci e lo ingolla, lo trangugia masticandolo avidamente. Schizzi di sangue rosso, che più rosso non si può, macchiano tutto, i vestiti delle autorità, le tavole imbandite, il bianco dei tessuti e delle pareti, il marmo delle statue.
La voce dell'altoparalante si è fatta triste, ora, e ripete sempre la stessa frase, una comunicazione di servizio: "Una cultura che privilegia solo l'aspetto esteriore delle cose è una cultura morta". Philip Stark.
Links
del.icio.us
digg
technorati
blinklist
furl
reddit
Trackback
- There are currently no trackbacks for this item.
- Use this TrackBack url to ping this item (right-click, copy link target). If your blog does not support Trackbacks you can manually add your trackback by using this form.
Esporta:
- Stampa [print]
- Feed con commenti:

Aggiungi un commento:
Comments must be approved before being published. Thank you!