La poesia vien mangiando. Poco magari.
Versi di Jacopo Masi, giovane poeta bolognese
Il pasto lungo

A quest’età – mi spiegava spezzando
una cipolla già mezza
una voce già tronca –imparare la solitudine
significa dimenticare
ogni mattina della settimana
che nella stessa pentola colma
della stessa misura
d’acqua d’una vita
bisogna versare metà
della pasta per placare
un quarto della fame
– quel morso minimo
che s’annida nello specchio dello stomaco –
scolare un tempo doppio alle parole.
Lasciarle raffreddare.
Aspettare
a volte un pomeriggio intero
finché l’acqua nel bicchiere
prende il colore duro del legno
della madia,
l’ambra solida del vino.
Saziarsi dei vacillamenti
degli occhi e dell’udito
agli scricchiolii del buio
che s’aggira per la casa:
la sedia qua di fronte
la credenza nella sala.
Masticare con cura
anche il pane del silenzio
che soli a fine pasto
avanza sempre.
Inumidirlo
quando è secco
vuol dire questo
la mia superstite presenza – e mostrava
sorridendo la perfetta dentatura
della dentiera.
***
La torre dei venti
Atene – Bologna, marzo 05
1.
Siedo, aspettando
seguendo il consiglio della ragazza al turista:
il caffé greco non è come il vostro italiano
bevilo piano, come coi nomi
la sabbia deve scendere in basso
andare sul fondo, altrimenti
ti resta tra i denti. Immagina
come si chiama? una clessidra: ecco,
tu bevi la parte che sale,
quella che non si lascia vedere.
Come coi nomi
2.
gli incroci sono grida, voci
tirate che non comprendo
sono la rete lenta d’occhi
del cane che stanzia
davanti al negozio di scarpe e segue
la sera avanzare tra cornicioni e terrazze.
C’è una piccola chiesa
raccolta in mezzo all’incrocio
come un’anziana signora presa
in un groviglio di venti
che si guarda le mani
3.
più in alto le strade
molto più in alto e i picchi
di roccia e di altro – forse
nuvole, forse altre coste
ripide isole.
Difficile dirlo
4.
il tempo è un fogliame raccolto
nei cespugli più bassi, nei ciuffi
di ortiche che danno vero sostegno
a queste colonne di marmo che frugano
l’aria, cercano il tetto, questi
bianchi puntelli di massiccio silenzio
sul Partenone, queste donne
che fissano il mare a distanza
inghiottire le luci, tornare
su foglie di rame.
I volti sono i primi a cadere
5.
…il sole è nato greco…- sibila uno
in Monastiraki, più curvo di me
le guance più scure e sparute
quasi sparito nel buio degli anni non fosse
per le sopracciglia e i capelli di latte
che lo segnano qua, i denti
di paglia asciugata dal sole e di fumo
6.
e forse
forse è un bene maggiore fare così, tenere
quanto viene a dar forma
in ogni minima crepa
scalfittura tenere
lo spazio che manca, tenere
nella forma che muove, nel disegno
che cambia, nella luce che inarca e in quest’ora
pare morire e non muore, tenere
il contorno netto dell’aria.
7.
Atene,
stasera siedo qui in piazza
affilato, a provarmi con calma
il fiato tra i denti, la pronuncia
della theta nei nomi delle vie, fare
due chiacchiere in esperanto col barista
stasera siedo a prendere aria,
sentirmi dall’aria
lentamente pronunciare.
8.
A due passi da qui, la torre dei venti
che in origine, dice la guida,
era un orologio idraulico.
Anche ora, duemila e qualcosa anni dopo,
rimasta senz’acqua, scava il tempo con cura.
L’asciutta precisione di un polso.
Nella tazzina
due dita di sabbia sul fondo
e la luna.
***
Altrimenti non si spiega
Dobbiamo aver tenuto in mano il silenzio
rarefatto degli uccelli quando ripiegano le ali
e stanno all’altra riva, in altra vita, in pomeriggi
lunghi come rami in punta di matita
perché altrimenti non si spiega
questa morte vecchia, questa polvere antica
che la pelle non argina e prende
il tempo ai gesti, alle dita.
Dobbiamo aver tenuto a mente larghi
laghi e radici come profonde
medaglie nel petto della terra
perché altrimenti non si spiega
la visione che arrugginisce e non muore,
il fiato che si sgretola e non cede la presa
e serra la bocca all’aria.
Dobbiamo aver sbagliato il nome delle cose
tutte e perseverato
perché altrimenti non si spiega
questa riva emersa in piena notte
sul selciato lavato di piazza maggiore
in questa deriva nel centro di Bologna.
Il matto che balla la mattina
nel mezzo della strada, le note e il ritmo
raccolti nel lenzuolo del timpano, come
in un cesto recondito, scosso all’improvviso.
Ed alza la mano al sole
intimando di fare piano, più piano.
E la bambina che cammina di sguardo
e va cercando a terra l’orecchino perso.
E deve aver tremato non sapendo spiegarsi
dove l’abbia smarrito e quando. E come,
soprattutto, se le cose, a loro modo, stanno lì.
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